Leon Thomas, la musa e il funk: con “My Muse” l’artista Motown firma un ritorno d’autore
- Sergio Basilico

- 31 ott 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Nel nuovo EP PHOLKS, Leon Thomas fonde groove, nostalgia e ricerca spirituale. “My Muse” è il suo vertice emotivo: un soul psichedelico sul filo del desiderio.

C’è qualcosa di profondamente umano nel nuovo singolo “My Muse” di Leon Thomas.Non è solo una canzone d’amore, né una ballata R&B nel senso più classico: è un frammento di verità, un racconto di ispirazione e distanza, dove il sentimento si trasforma in energia creativa.Il brano anticipa e rappresenta il cuore pulsante del nuovo EP dell’artista, PHOLKS, pubblicato da EZMNY / Motown Records.
“My Muse” è una confessione elegante, sostenuta da un groove che sembra arrivare da un vinile di un’altra epoca.
“You’re not my girl, but you still my muse / Make me wanna get my money up and spend it on you.”
Canta Leon Thomas, con una voce calda e vellutata che tradisce una malinconia lucida, consapevole.
Il videoclip diretto da Arrad trasforma il brano in un piccolo film cinematografico: luci dorate, paesaggi californiani, istantanee tra sogno e realtà. È la rappresentazione visiva perfetta di una canzone che vive nell’ambiguità tra l’amore reale e quello idealizzato.
Con PHOLKS, Leon Thomas si allontana definitivamente dalle etichette dell’R&B contemporaneo per costruire un suono personale, radicato nel passato ma proiettato in avanti.
Sette tracce che mescolano funk, soul, rock psichedelico e suggestioni jazz, tutte suonate con strumenti reali — chitarre, batterie, synth analogici — in un’epoca in cui la musica live sembra quasi un atto di resistenza.
Brani come “Baccarat” e “Lone Wolf” (che vede la partecipazione di 4batz) ampliano il perimetro del progetto, mostrando un artista in piena evoluzione, capace di spaziare tra introspezione e pura vibrazione ritmica.
Thomas ha descritto l’EP come “una lettera d’amore al caos bello”: una riflessione sull’imperfezione come forza creativa, un ritorno alla carne viva della musica.
Le influenze di Leon Thomas sono dichiarate ma mai imitate: Prince, Jimi Hendrix, Stevie Wonder, ma anche il nonno John Anthony, cantante d’opera, la cui presenza aleggia come una guida spirituale nel progetto.
Questa genealogia sonora si traduce in un linguaggio che alterna potenza e fragilità, con arrangiamenti stratificati e un approccio quasi teatrale alla voce.
PHOLKS non è solo un esercizio di stile o un tributo alle radici afroamericane: è una ricerca di identità. Thomas reinterpreta il soul non come nostalgia, ma come atto politico e personale — il bisogno di restituire verità a un genere troppo spesso intrappolato nelle logiche di streaming e algoritmi.
“My Muse” è, a conti fatti, il manifesto di questa nuova fase.
Una dichiarazione d’amore e libertà artistica, dove il romanticismo si intreccia con una consapevolezza matura.
Leon Thomas, già conosciuto come autore e produttore per artisti come SZA, Ariana Grande e Drake, conferma con PHOLKS di essere molto più di un talento dietro le quinte: è una voce autentica, capace di fondere tecnica e vulnerabilità, estetica e sostanza.








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