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Lalah Hathaway: Made in Chicago

16 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Una voce torna alle proprie radici: memoria, soul e identità nel nuovo album, con “47th Street” feat. J. Ivy a raccontare una strada che è anche storia


Lalah Hathaway - Made In Chicago
Lalah Hathaway - Made In Chicago

Ci sono luoghi che non sono semplicemente luoghi. Sono memoria, famiglia, musica. Per Lalah Hathaway, Chicago è tutto questo: la città dove è nata, dove è cresciuta musicalmente e dove affondano le radici della sua famiglia. Ed è proprio a Chicago che la cinque volte vincitrice di Grammy dedica il suo nuovo album, “Made in Chicago”, pubblicato il 1° ottobre 2026.

La data di uscita non è casuale. Il 1° ottobre è infatti il giorno della nascita di suo padre, Donny Hathaway, nato a Chicago il 1° ottobre 1945. Lalah ha scelto così di far coincidere la pubblicazione del suo nono album con quella che sarebbe stata l’81ª candelina di una delle voci più importanti della storia della soul music.

Ma “Made in Chicago” non è semplicemente un omaggio al padre. È, nelle parole della stessa Lalah, un viaggio nella memoria, nella nostalgia e nella gioia della musica ascoltata durante l’infanzia e l’adolescenza. Un disco che guarda indietro senza rimanere prigioniero del passato. La stessa Hathaway lo descrive come un lavoro sospeso tra nostalgia e malinconia, ma anche profondamente legato alla gioia e alla scoperta della musica che ha formato il suo immaginario.


Lalah Hathaway, una voce con una storia tutta sua

Figlia di Donny Hathaway, Lalah è cresciuta dentro una delle grandi famiglie musicali afroamericane, ma ha saputo costruire una personalità artistica completamente autonoma. Nata a Chicago nel 1968, ha studiato alla Berklee College of Music e nel 1990 ha pubblicato il suo album d'esordio, “Lalah Hathaway”, imponendosi immediatamente per una voce profonda, calda e riconoscibile.

Nel corso di oltre tre decenni di carriera ha attraversato R&B, soul, jazz, funk e gospel, collaborando con artisti come Stevie Wonder, Prince, Herbie Hancock, Kendrick Lamar, Robert Glasper e Snarky Puppy. Il suo percorso le ha portato cinque Grammy Awards, consolidandola tra le interpreti più importanti della soul music contemporanea.

La sua voce, spesso accostata per intensità e profondità a quella del padre, non vive però all'ombra di Donny Hathaway. È una voce che ha costruito una propria storia, pur mantenendo con quella eredità un legame inevitabile e profondissimo.

“Made in Chicago” rappresenta forse il punto in cui questi due aspetti — identità personale e memoria familiare — si incontrano nel modo più naturale.



47th Street: una strada, una famiglia, una storia

Ed è qui che entra in scena “47th Street”, il brano scelto per la playlist di Soul Collection di questa settimana.

Il pezzo, che apre l'album e vede la partecipazione del poeta e spoken-word artist chicagoano J. Ivy, è probabilmente la chiave più immediata per entrare nel mondo di “Made in Chicago”. Non racconta semplicemente una strada: racconta una genealogia.

La 47th Street è infatti legata direttamente alla storia della famiglia Hathaway. È qui che vivevano il padre di Lalah, Donny, e la sua famiglia; qui si trovava dunque uno dei luoghi concreti da cui prende forma la sua memoria familiare.

Ma nella canzone la strada assume un significato molto più ampio. J. Ivy inserisce la vicenda personale degli Hathaway dentro quella collettiva della Great Migration, la grande migrazione degli afroamericani dal Sud degli Stati Uniti verso le città del Nord tra la prima metà del Novecento e il secondo dopoguerra. Chicago fu una delle destinazioni fondamentali di questo movimento, diventando uno dei grandi centri della cultura nera americana e della sua evoluzione musicale.

La 47th Street diventa così un punto d'incrocio tra storia privata e storia collettiva: la strada dove una famiglia mette radici diventa metafora del viaggio di intere generazioni alla ricerca di una nuova vita.

È particolarmente significativo che Lalah scelga di raccontare tutto questo attraverso la musica. In un'intervista recente ha sottolineato quanto, per la comunità nera americana, la musica possa essere una vera e propria forma di libro di storia: uno strumento capace di conservare ciò che spesso non viene raccontato nei libri di scuola.

“47th Street” nasce proprio da questa consapevolezza. Il soul non è soltanto un genere musicale: è memoria sonora.



La voce di Lalah, la parola di J. Ivy

Musicalmente, “47th Street” unisce il canto morbido e avvolgente di Lalah Hathaway alla narrazione poetica di J. Ivy. Il risultato è un brano che procede come un racconto urbano, attraversando passato e presente.

J. Ivy offre la prospettiva storica, evocando il viaggio dal Sud verso il Nord e la costruzione di nuove comunità. Lalah, invece, riporta quella grande storia dentro la propria famiglia, ricordando il padre e il nonno Hosea.

È un dialogo tra storia e memoria, tra la grande migrazione e il ricordo di una bambina che cerca di ricostruire, attraverso le immagini di una strada, le proprie radici.

E c'è anche un elemento di resistenza. Hathaway ha spiegato che il brano contiene una riflessione sulla trasformazione dei quartieri e sul rischio che la gentrificazione e i cambiamenti urbani cancellino la memoria dei luoghi. La città può cambiare, gli edifici possono scomparire, ma ciò che una comunità ha vissuto in quelle strade non può essere semplicemente sfrattato dalla memoria.



Made in Chicago: tornare a casa senza restare nel passato

“Made in Chicago” è composto da nove brani e attraversa diverse stagioni emotive: amore, perdita, nostalgia, gioia e memoria. Phil Beaudreau, collaboratore di lunga data di Hathaway, ha condiviso con lei la produzione dell'album, contribuendo a costruire un suono che guarda alla grande tradizione soul, R&B e jazz di Chicago senza trasformarsi in un esercizio di semplice revival.

Dopo “47th Street” arrivano brani come “So Smart”, “Follow”, “Can't Let Go”, “Rainbo”, “Someday”, “Time” e “Magic”: frammenti di una storia personale che diventa progressivamente universale.

Perché, in fondo, il viaggio di Lalah Hathaway non parla soltanto di Chicago. Parla di quel rapporto misterioso che tutti abbiamo con i luoghi della nostra formazione: una strada, una casa, una scuola, un locale, una pista da ballo, una canzone ascoltata mille volte.

Sono luoghi che cambiano, a volte scompaiono. Ma continuano a vivere dentro di noi.

 


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